LE TRE RUNNERS LECCHESI
RACCONTANO LA MARATONA
DI ISTANBUL EDIZIONE 2018

ISTANBUL (TR) – Hanno corso parecchio le tre runners Elena Montanelli, Margherita Sgobbi e Silvia Calvi, del gruppo Wir di Lecco, che domenica 11 novembre hanno coperto 15 km della Maratona di Istanbul 2018.

Partite alle 9:15 in mezzo a una fiumana di esultanti corridori, le tre sono riuscite a concludere i loro chilometri sul Bosforo, aspettandosi l’un l’altra all’arrivo. Una medaglia al collo ha segnato la fine dell’ultimo affannoso respiro. Tuttavia, la classifica ha avuto per loro scarsa importanza poiché, come hanno precisato, il vero scopo della loro corsa non era il risultato.

Iniziata nel 1979 e diventata negli anni la corsa emblema dell’unione fra i popoli, la maratona turca rimane ancora l’unica cross continental fra due diversi mondi, quello europeo e quello asiatico, che sconfinano l’uno nell’altro. Oltre al prestigio sportivo e culturale dell’impresa, la corsa del gruppo Wir è stata motivata da una ragione aggiuntiva, quella dell’emancipazione femminile da ogni forma di sopraffazione sociale.

Terminare la corsa ha significato per loro condurre a destinazione questo importante messaggio. Si comprende allora perché non si sono soffermate sul punteggio.

A fare i grandi risultati ci hanno pensato i professionisti della 42 km, prima fra tutti – neanche a farlo apposta – la keniana 24enne Ruth Chepngetich, che vince con uno sbalorditivo 2h 18′ 35″.

Le Wir raccontano inoltre dettagli su logistica e retroscena di viaggio, dai quali emergono le peculiarità dell’impresa. Sin dal primo giorno poche cose sono andate lisce e i piani hanno dovuto essere ripensati più e più volte.

Viabilità ridotta, difficoltà di circolazione, trasporto pubblico a tratti soppresso, taxi con tariffe alle stelle. Confusione, frenesia e sovraffollamento dappertutto.

La sera prima della gara le tre hanno rischiato persino di rimanere bloccate nell’ascensore dello stabile dove alloggiavano.

Queste rivelazioni parrebbero far intendere che ogni cosa sia andata per il verso sbagliato. Nient’affatto, tutto è andato come doveva. Non sorprende che in situazioni del genere gli imprevisti, oltre che messi in conto, siano consapevolmente accettati come parte del gioco. Quanto appena affermato è sufficiente per aprire la tediosa questione sull’organizzazione: Istanbul non è stata in grado di gestire la situazione, oppure la portata dell’evento è ogni anno tale da scombussolare la città? Dipende se si preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. In ogni caso, la risposta spetta al singolo lettore.

Le tre donne concludono puntualizzando che non tutti gli imprevisti sono stati negativi. Uno in particolare le ha condotte ad una gradevole conoscenza accidentale – per dirla con Didi-Huberman. Smarrite nella caotica Metro di Istanbul, groviglio di intricati tunnel sotterranei, le tre sono state inaspettatamente soccorse da lady Yasmine, gioviale studentessa turca offertasi di condurre le disperse a destinazione.

Episodio questo che da solo basta per sottolineare l’importante occasione di apertura sociale generata da manifestazioni di questo tipo: un’enorme ventata di aria fresca che sanifica menti e corpi, quieta gli animi e apre i cuori a beneficio dell’intera comunità.

S. C.

 

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