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TEATRO: AL CENACOLO
RUSSO ALESI È “IVAN”,
IL FRATELLO KARAMAZOV
NELLA SPIRALE DEI PERCHÉ

ivan-teatro-1LECCO – Torna il teatro al Cenacolo Francescano, che mercoledì 11 aprile ha ospitato Ivan, opera ispirata al romanzo I fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij. Come affrontare tale pilastro della letteratura universale? Occorre partire da uno studio accurato del romanzo (la consulenza di uno slavista del calibro di Fausto Malcovati è una garanzia), operare un taglio di forbici con rigore e rispetto (e in tale direzione va l’adattamento di Letizia Russo). Infine, la grande sensibilità della regista Serena Sinigaglia, fondatrice dell’Atir-Ringhiera e apprezzata dal pubblico lecchese, la quale fra l’altro ha firmato anche lo spettacolo Le difettose con Emanuela Grimalda, visto a Lecco lo scorso 21 marzo.

Significativo è il titolo scelto: Ivan, dei tre fratelli protagonisti quello che maggiormente si interroga sui perché. Per il monologo la regista ha voluto un attore di talento come Fausto Russo Alesi, con l’intento di mettere a nudo le contraddizioni e la sofferenza di Ivan, uomo avvinto nella spirale dei propri dubbi, consapevole del rischio della propria auto-distruzione, un’anima irrequieta che sfida l’Assoluto.

Ed è una spirale (opera di Stefano Zullo) a dominare la scena, una costruzione sinuosa che avvolge il protagonista e simboleggia il vorticare continuo e il rovello dei pensieri della sua anima tormentata. I fogli e le pagine di libri appesi ai suoi bracci rappresentano le fasi della ricerca di risposte. La struttura si allarga verso l’alto, quasi a voler bucare il cielo, ma tale ascesi è destinata a ricadere su se stessa.

ivan-teatro-2Lo spettacolo è ambizioso e impegnativo. Coraggiosa la performance di Russo Alesi, solo in scena per ottanta minuti, in posizione per lo più statica, perché a vorticare sono le sue lucide argomentazioni. A tratti ci sentiamo risucchiare da questo fiume di parole, precise e feroci, vorremmo capirne la profondità, ma ecco che il pensiero è già oltre. Tutto è affidato alla voce, calibrata da Russo Alesi con maestria, lungo la scala cromatica dei toni: roca o spezzata da risate sguaiate, quando tratteggia i contorni del lascivo padre-patriarca Fedor, compiaciuto del proprio cinismo, blasfemo e irridente. Voce infervorata e tremante di passione nel lungo monologo in cui Ivan si racconta al puro e innocente fratello Aljoša. Non per provocare o rinnegare Dio, ma per sollevare le domande esistenziali di sempre e di tutti: perché esiste l’ingiustizia? Perché il dolore colpisce anche gli innocenti come i bambini, “concime del regno dei cieli”? In questo mondo la violenza sembra connaturata all’uomo, e “se il diavolo esiste, lo ha creato l’uomo, a sua immagine e somiglianza”. Il conforto dell’armonia e della Giustizia divina dopo la morte sono favole consolatorie troppo distanti dalla melma dell’oggi, che pure derivano da una scelta: è l’uomo stesso che ha rinunciato al Paradiso, per scegliere la libertà e votarsi così al dolore. Dunque preferibile è la disperazione: “il biglietto per il regno dei cieli costa troppo caro”.

Come per rispondere alla possibile obiezione del fratello sull’amore incondizionato e gratuito di Cristo, modello mite per l’umanità, Ivan racconta un poema a cui sta pensando: la storia del Grande Inquisitore. In queste pagine, fra le più belle e misteriose della letteratura su cui gli studiosi hanno versato fiumi di inchiostro, Dostoevskij immagina il ritorno di Cristo sulla Terra, nella Siviglia del 1600: osannato dalla folla, comincia a fare miracoli, finché viene imprigionato dal Grande Inquisitore, che vuole interrogarlo prima di mandarlo al rogo. Perché sei tornato a disturbarci?, è l’accusa. Nella sua tirata contro Cristo, l’Inquisitore dipinge un quadro a tinte fosche: il mondo è disperazione, violenza, caos. Della libertà che Cristo ha donato, nessuno sa più che farsene: “la tua libertà ha scaraventato l’uomo in abissi di schiavitù”. L’uomo non cerca Dio, bensì i miracoli, il benessere, la sazietà, un rimedio al dolore. Ecco perché invece accetta l’ordine garantito dall’Inquisitore, che pure preannuncia un “cataclisma geologico”, quando gli uomini finiranno per divorarsi l’un l’altro.

ivan-teatro-3Chi è il Grande Inquisitore? Un’astrazione, e non certo figura storico-realistica: non è infatti colui che distingue fra verità ed eresia, non corregge ma asseconda, addormenta le coscienze, prima che conoscano la verità, cioè la libertà. A seconda dei secoli è stato interpretato come l’emblema del pensiero antimoderno, prefigurazione dei regimi totalitari o degli attuali populismi mediatici che ipnotizzano le masse.

Forse è soprattutto una creatura della mente e rappresenta l’anticamera narrativo-razionale alla pazzia di Ivan, che sgorga dal rimorso e dal senso di colpa per aver istigato l’assassino di suo padre. “Allucinazioni e fantasmi sbattono le ali nel mio cranio” si tormenta Ivan. E con insistenza viene a visitarlo il Diavolo. È questa la parte di maggiore impegno per Russo Alesi, che si sdoppia: continua a essere Ivan che lotta con le sue visioni per dissolverle. Ma al contempo è anche il Diavolo, che si esprime attraverso un pastiche di inglese e francese, si dondola sulla spirale con movenze effeminate, la voce ha improvvise impennate di collera, diventa a tratti caricaturale (lamenta di avere i reumatismi per aver volato nella notte a meno 150 gradi; desidera incarnarsi in una grassa pescivendola) e fra uno scherno e un sillogismo, cerca di instillare in Ivan il veleno del dubbio.

D’improvviso le luci si abbassano e si fanno spettrali, e analogamente la voce di Russo Alesi, sincopata e monocorde, proprio come all’inizio, ci parla da un luogo di ombre, di morti, o forse dall’abisso in cui è affondato l’ultimo barlume di razionalità. Per non arrendersi all’orrore, Ivan continua a ripetere a sé e a noi una domanda che ci riguarda: «”he cos’è, che cosa rappresenta questa famiglia Karamazov?”. E su questo interrogativo aperto, cala il buio. La staffetta Sinigaglia-Russo Alesi passa ora a noi il testimone: non dobbiamo stancarci di rileggere i Karamazov, per ritrovare l’abitudine a pensare e a farsi domande.

Gilda Tentorio

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