TEATRO, A LECCO I SOGNI AMARI
DEL SALTIMBANCO PAOLO ROSSI

LECCO – Elfo irriverente della comicità italiana, Paolo Rossi è approdato nuovamente a Lecco il 20 novembre, al cineteatro Palladium, con Il re anarchico e i fuorilegge di Versailles. Eccolo che entra marciando sulle sue Superga a larghi passi, jeans lisi con ampio risvolto, giacca un po’ cadente e basco sui capelli grigi scompigliati: si produce in un inchino e scrosciano già gli applausi. Quarant’anni sul palcoscenico, ma la sua verve non è per nulla opaca. Spesso anzi gioca su una finta stanchezza e approfitta per sdraiarsi su un bel divano rosso di velluto. Nel primo quarto d’ora, godibilissimo, ci introduce alla vicenda, accompagnato dal vivo dai musicisti Alex Orciari e Emanuele Dell’Aquila.

Sarà una serata all’insegna dell’improvvisazione, per rinverdire la tradizione della Commedia dell’Arte, anche se non è più un teatro che va di moda, perché «rende la serata inquieta». Il tono si incrina verso una disperazione melodrammatica: «Mi sono reso conto che là fuori, nel mondo reale, tutti recitano meglio di me». È necessario quindi inventare un genere nuovo, un «varietà onirico». Paolino ora fingerà di dormire, sperando nell’arrivo di fantasmi, per mettere in piedi una compagnia dei sogni che possa dare risposte per un nuovo teatro. La prospettiva è comica ma sottile, perché mescola dimensioni e suggestioni letterarie (Calderon de la Barca, Shakespeare, Pirandello): la vita è sogno, il mondo è teatro ma la società italiana è dormiente, al punto che anche a teatro gli spettatori vengono per… dormire! Forse l’ispirazione può venire da un lungo sogno che, in un linguaggio surreale e staffilate all’attualità, permetterà un collage irrazionale di situazioni sfilacciate.

Che il sogno abbia inizio: sei personaggi, o meglio sei attori in cerca di una compagnia, lo scambiano per Molière e il “capocomico” Rossi (re anarchico) promette che li porterà tutti a Versailles: la missione infatti è prendere possesso del teatrino reale per sbugiardare l’intera corte del Re Sole, formata da lecchini e voltagabbana, immagine eloquente del Parlamento italiano. Perché Molière? Si tratta del quarto lavoro di Rossi intorno a questa figura affascinante, a cui si sente vicino «per i suoi casini: precarietà, debiti, vita sentimentale turbolenta, rapporto conflittuale con il potere».

Idea ambiziosa, risultato non sempre riuscito. Pezzi famosissimi del repertorio di Rossi (ad esempio la storia della soffitta), vengono ora recitati dai ragazzi-personaggi, magari rinfrescati con nuove battute sulla contemporaneità, ma le battute non hanno la potenza dirompente e il fascino malizioso di Paolino. I momenti migliori restano gli assoli di Rossi, mattatore di esperienza, funambolo a suo agio sul palco, armato di una forte dose di auto-ironia. Infatti nella finzione onirica i sei personaggi sono altrettante rappresentazioni del subconscio di Rossi, sfaccettature della sua personalità. Ci sono infatti i ricordi del nonno fascista, i riferimenti ai problemi etilici e ai pasticci sentimentali, e non manca naturalmente la passione politica.

Tutto però svecchiato e in parte snaturato dalla realtà contemporanea, perché ora «i comunisti, se ci sono, non mangiano più i bambini perché sono vegani», la sacralità di Bella Ciao si può cantare sul ritmo pop degli 883, anche la privacy della propria salute è andata a farsi benedire e per avere tanti like, «si potrebbe trasmettere in streaming la colonscopia di Paolo Rossi, con tutti i vermi solitari che salutano». C’è poi il gioco metateatrale, per cui il monologo degli ipocriti del Don Giovanni di Molière è difficile se non impossibile da recitare di fronte al pubblico che fa dell’ipocrisia la propria regola di vita. Infine Rossi gioca perfino con la morte, non solo per il motivo topico della scelta della lapide (la prescelta sarà: «Vi aspetto»), ma anche per la presenza della Llorona, la morte della tradizione messicana dal fascino seduttivo. Ma nel sogno onnivoro di Rossi anche la Morte viene assorbita nel teatro e pure lei sarà scritturata.

Decenni fa il giovane Paolo Rossi incantava il pubblico con il suo «sogno all’incontrario», un candore surreale che plasmava una Milano senza auto, dove tutto il male si rivoltava in bene, un’utopia dove i confini tornavano a essere comprensibili: il geometra faceva il geometra e il ladro faceva il ladro. Oggi il Paese ha perso ormai il senso della direzione, perché destra e sinistra non esistono più e nessuno invece guarda le cose dal basso, ma il vero dramma è che «i mediocri stanno al governo e continuano a cambiare parte», la società è apatica e l’unica trasgressione possibile sembra la lucidità di un sogno teatrale un po’ sconnesso. I tempi cambiano e in sottofondo resta un rimpianto malinconico per gli anni in cui i politici non rubavano il mestiere ai comici, i colori erano netti e le passioni sanguigne, anche se a volte eccessive. D’altra parte però «ognuno ha il governo che si merita», sono le ultime parole amare del saltimbanco, che ci saluta sulle note di “Ci vuole un fisico bestiale”. Sì, per continuare a ridere dei mali d’Italia e forse anche per resistere all’ipocrisia di Versailles.

Gilda Tentorio

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