SOCIOLOGO PER UN GIORNO:
PREMIATI I SAGGI SUL RAZZISMO
DI TRE STUDENTI LECCHESI

Laura Chimienti, Alice Invernizzi e Luca La CaraLECCO – Laura, Alice e Luca hanno vinto il concorso “Sociologo per un giorno” bandito dall’Associazione nazionale sociologi – dipartimento Lombardia in occasione della settimana d’azione contro il razzismo.

Laura Chimienti, Alice Invernizzi e Luca La Cara studiano al liceo economico-sociale dell’Ima di Lecco, e sono stati premiati per i loro saggi, definiti corretti nella forma e nel contenuto e ricchi di spunti interessanti. Leggendoli traspare l’occhio oggettivo e critico di un futuro sociologo.

Ecco i tre elaborati premiati

 

UN SOCIOLOGO SUL TRENO
Alice Invernizzi – Quarta liceo economico-sociale – Istituto Maria Ausiliatrice.
Vincitrice “Sezione A” – 2018. La potenza del pregiudizio etnico-razziale nelle relazioni multiculturali.

Mi trovo di tanto in tanto a prendere un treno locale, cioè uno di quei treni che ferma in tutte le stazioni, molti lo chiamano: “lo sposta neri” come a dire che ormai quel tipo di treno trasporta solo persone straniere. Per lo più ragazzi o lavoratori. E in genere provenienti dall’Africa magrebina o sub sahariana. È interessante osservare le reazioni della gente italiana che prende questo mezzo di trasporto. Il pregiudizio, la diffidenza si legge nella tendenza a sedersi in posti solitari, a tenersi stretta la borsetta, a evitare gli sguardi. Capita che qualcuno a denti stretti faccia battute a sfondo razzista che per fortuna vengono lasciate perdere dagli interessati. Sono battute che rivelano moltissimi pregiudizi razziali. Quelli sui migranti in genere riguardano il fatto che ci porterebbero via il lavoro, che vengono privilegiati dal governo e sistemati in alberghi di lusso, che alimentano la criminalità e via dicendo…

Secondo Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas, “Ogni occasione è buona per prendersela con i migranti” e allora succede che extracomunitari, stranieri, immigrati o migranti diventino appellativi che hanno una connotazione negativa e che associamo all’idea di clandestinità e di criminalità.

Il pregiudizio non è altro che un “giudizio prematuro”, ossia parziale e basato su argomenti insufficienti o su una loro non completa o indiretta conoscenza. La scarsa conoscenza genera diffidenza.

Levi-Strauss parlava di “etnocentrismo” che consiste nel ritenere la propria cultura come superiore e nello squalificare le altre come espres­sioni di un’umanità imperfetta, quella dei cosiddetti “barbari” o “selvaggi”. Ma questo succede appunto perché le culture “altre” non si conoscono affatto.

Secondo Zygmunt Bauman il rischio che stiamo correndo è quello di “omogeneizzarsi” e con questo termine indica, relativamente ai rapporti tra i soggetti, un processo affine all’omologazione, all’assorbimento passivo dovuto a usi e consuetudini. Come succede sul mio treno. C’è una vicinanza inevitabile perché si è tutti, italiani e stranieri, sullo stesso vagone, ma in una rigida separazione personale. Secondo questo sociologo il rischio dell’omologazione è la spersonalizzazione, cioè la perdita di identità. La soluzione sta nel passaggio dall’io al tu, nell’incontro inteso come scambio di personalità, cultura, pensiero.

La soluzione per il superamento dei pregiudizi e per una corretta integrazione è quella di continuare a lavorare sulla conoscenza. E lo bisogna fare a più livelli. Dalla scuola, alla promozione da parte degli organismi pubblici di tutto ciò che può facilitare lo scambio fra culture. Taguieff nel suo libro la “ Forza del pregiudizio” sostiene che le forme di razzismo si ritrovano in gruppi che tendono a conservare e radicalizzare le differenze e che intendano conservare le loro specificità;non si tratta di negare le differenze ma di trovare occasioni di dialogo fra le differenze.

Anni fa Marc Augè scrisse “un etnologo nel metro”. Come a dire che per conoscere e fare riflessioni intorno alla cultura a volte basta immergersi dentro i luoghi della quotidianità della gente e osservarla.

Ecco quindi che per farsi un’idea dell’integrazione in Italia basta salire su un treno che porta gli studenti a casa. Per sconfiggere i pregiudizi, invece, basta iniziare a sedersi in un posto qualunque di quel vagone e magari salutare con un “buon giorno”.

LE MASSE E I SOCIAL NETWORK
Luca La Cara – Quinta liceo economico-sociale – Istituto Maria Ausiliatrice
Vincitore “Sezione B” – 2018. Il ruolo dei mass media nella diffusione degli stereotipi sullo straniero

L’inizio del secondo millennio ha visto l’entrata in scena dei social network, possibile arma a doppio taglio: grazie a essi ogni genere di notizie viene diffuso con una elevata velocità, siano esse buone o cattive. In seguito alla rivoluzione informatica e soprattutto con lo sviluppo dei mass media, le distanze fisiche sono state ridotte e la velocità dello scambio di informazioni e del contatto fra le persone è aumentata inesorabilmente. Fenomeno analogo si è visto in ambito economico con la creazione di un mercato globale, che ha favorito la possibilità di scambiare beni e servizi tra stati distanti e ha semplificato gli spostamenti delle persone e i flussi migratori. Con l’incremento di questi due fenomeni si è vista in proporzione la crescita di stereotipi e xenofobia, che rendono difficile l’integrazione delle persone straniere bisognose.

Le caratteristiche dei social network li rendono un terreno fertile alla diffusione di un razzismo meno evidente ma sempre più presente nel quotidiano: la condivisione di contenuti è caratterizzata dall’immediatezza, l’ampio raggio e da poter essere elaborata da chiunque. L’essere continuamente soggetti a messaggi di malcontento e rabbia finisce per imprimersi nell’inconscio delle persone, soprattutto di quelle meno informate. Gruppi politici caratterizzati da idee xenofobe possono raggiungere molte persone: la pagina Facebook di Forza Nuova ha 250000 followers, ciò implica che queste persone vedano i loro articoli razzisti, alimentando le paure legate allo sconosciuto, facendo regredire i progressi verso l’integrazione.

Inoltre con il mancato contatto visivo, dovuto alla presenza di uno schermo nero vi è maggiore predisposizione all’essere superficiali, semplificando l’utilizzo di un linguaggio scurrile e violento senza ottenere ripercussioni.

Si potrebbe obiettare che gli stereotipi siano sempre esistiti e portare l’esempio dell’anti-semitismo e della conseguente diaspora ebraica, presente in ogni periodo storico, o delle condizioni degli italiani emigrati in America ad inizio ‘900. Tuttavia in precedenza queste idee venivano diffuse attraverso la stampa o la radio, che sicuramente avevano un raggio di utenti limitato ed erano tendenzialmente curati da professionisti. Oggi invece il mittente può essere chiunque e questo contribuisce alla diffusione delle cosiddette “Fake news”, in cui le informazioni vengono condivise senza verificarne la qualità.

Tutti questi fenomeni, giudicati a volte inoffensivi, portano a delle grandi conseguenze: l’integrazione risulta più difficile anche perché lo straniero, etichettato come criminale, potrebbe tendere alla devianza, secondo la teoria di Becker.

È necessario prestare maggiore attenzione ai contenuti e alle modalità del nostro uso dei social network, per superare gli stereotipi e tendere una mano all’integrazione.

 

CONTRO LE DISCRIMINAZIONI RAZZIALI
Laura Chimienti – Quinta liceo economico-sociale – Istituto Maria Ausiliatrice
Vincitrice “Sezione C” – 2018. Il ruolo del sociologo nel contrasto alle discriminazioni razziali

Il razzismo è l’insieme delle teorie che legittimano la discriminazione esercitata da una popolazione che si reputa superiore nei confronti di un’altra ritenuta inferiore.

Tuttavia si può parlare di razzismo, sia per quanto riguarda diverse popolazioni distanti tra loro, ma anche per persone di origini diverse residenti nello stesso territorio; in quest’ultimo caso il razzista sarà tendenzialmente colui che è originario di quel territorio, nei confronti di quello che ha altre origini.

Tra le scienze dell’uomo, l’antropologia ha fornito contributi fondamentali per combattere il pregiudizio razzista; il principale esponente di questa disciplina è Claude Lévi-Strauss: l’antropologo ritiene che nel cuore delle culture diverse dalla nostra risiedono immense ricchezze. Sostiene anche che il razzismo non deve essere confuso con l’etnocentrismo: finché le culture si considerano solo come diverse, non si pone il problema del razzismo; la situazione cambia quando alla diversità subentra la superiorità. In opposizione all’etnocentrismo si sviluppa il relativismo culturale, ovvero riconoscere le differenze tra le culture, ma ciò può sfociare in un atteggiamento di indifferenza, non cercando di relazionarsi con l’altra cultura, ritenuta appunto diversa dalla propria.

Inoltre l’etnologia può essere considerato uno strumento efficace contro il razzismo, in quanto attraverso tale studio, é permessa la conoscenza di società geograficamente e culturalmente lontane.

Anche il filosofo e sociologo André Taguieff è impegnato nella lotta contro ogni razzismo ed in particolare ritiene che sia necessaria una riflessione e una definizione inequivocabile della posta in gioco. Taguieff introduce inoltre il neologismo mixofobia, per indicare “attitudine e comportamento di rifiuto nei confronti dell’incrocio, orrore delle mescolanze tra i gruppi umani, che esprime un’ossessione nei confronti dell’impurità e, più precisamente, della perdita di purezza identitaria del lignaggio” (Taguieff, 1999, 115). Il sociologo parla anche di razionalismo differenzialista, per designare un atteggiamento diffuso nelle società occidentali, consistente nella tendenza ad accentuare le differenze culturali tra le diverse comunità; ciò può essere considerato uno degli aspetti negativi del progetto multiculturalista.

I sociologi possono contrastare il pregiudizio non solamente agendo in prima persona, ma anche specificando pubblicamente cosa ogni individuo dovrebbe e potrebbe fare, basandosi sui propri studi e sulla propria esperienza.

Le discriminazioni razziali possono essere considerate anche una forma di conflittualità sociale ed il sociologo Èmile Durkheim si concentra in modo particolare sulle origini di questa, ritenendo che sia compito del sociologo eliminare i conflitti sociali, per garantire la stabilità e unità della società.

I conflitti culturali possono essere distinti in tre diversi fenomeni: il primo è il fenomeno di frontiera (ovvero quando due gruppi tra loro culturalmente disomogenei vivono in territori confinanti), il secondo è il fenomeno della colonizzazione (ossia quando la cultura di un popolo viene imposta con forza ad un altro popolo) e l’ultimo è il fenomeno dell’immigrazione; gli immigrati mantenendo come norme di riferimento quelle della cultura di origine possono entrare in contrasto con le norme culturali del Paese nel quale si sono trasferiti. Il sociologo dovrebbe studiare dettagliatamente questi tipi di conflitto culturale, analizzare la società in cui vive e i comportamenti degli individui che si possono raggruppare sotto tali categorie, proponendo teorie e presentando nuovi studi per contrastare questi problemi.

In aggiunta, il metodo di studio utilizzato dai sociologi per registrare i vari comportamenti di persone appartenenti ad altre culture, è l’osservazione partecipante, utilizzata maggiormente da Lèvi-Strauss e Malinowski. Grazie all’utilizzo di questo metodo, il sociologo trascorre lunghi periodi di tempo presso le diverse popolazioni, condividendone usi e costumi. In tale modo può riportare attraverso i suoi scritti i pregi di queste differenti culture, usanze e tradizioni, al fine di offrire spunti di riflessione per chi ha fino a quel momento avuto atteggiamenti critici e di rifiuto nei confronti dello straniero.

Proprio per queste ragioni il sociologo deve essere considerato un’importante risorsa per combattere le discriminazioni.

 

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