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RIPESCA UN’ANFORA ROMANA
E LA CONSERVA IN CASA.
NEI GUAI COME “TOMBAROLO”

copia-di-anfora-romanaLECCO – In casa aveva una preziosa anfora romana del II secolo, ripescata dal Mediterraneo e mai denunciata. Ma dopo la scoperta archeologica c’è stata quella “investigativa”. Quel reperto infatti destò l’attenzione degli uomini della finanza quando nel 2015 effettuarono un accertamento nei confronti di L.M., professionista lecchese.

Denunciato per violazione del decreto legislativo 42 del 2000 - punibile con la reclusione fino a tre anni -, l’imputato difeso dall’avvocato Barbara Valli dovrà ora dare spiegazioni al giudice monocratico Salvatore Catalano. L’accusa è condotta dal pm Nicola Preteroti e ieri al Palazzo di Giustizia cittadino sono stati sentiti i testi chiave, tra cui l’allora responsabile della Sovrintendenza ai Beni Culturali e Archeologi della Lombardia, Filippo Maria Gambari.

All’archeologo il compito di ricostruire la vicenda. “Quell’anfora appartiene al II secolo dopo Cristo ed essendo insabbiata è proveniente da una zona marittima, direi per conoscenza il Tirreno. Era ben curata”. La perizia eseguita ha accertato la provenienza del bene archeologico, ora si dovrà capire il motivo che ha spinto l’imputato ad asportare l’anfora dal fondo marino e poi trasportarla nella sua abitazione in Brianza.

Immagine di repertorio

 

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