RIFIUTI ZERO: TRE DOMANDE
E UNA MINIERA DI OPPORTUNITÀ
NELL’ASSEMBLEA DI IERI SERA

rifiuti zero valmadreraVALMADRERA – La decisione di Silea di aumentare la quantità di rifiuti che possono essere inceneriti nel termovalorizzatore di Valmadrera, portandola a 123 tonnellate di carico massimo, non ha lasciato indifferente il “Coordinamento lecchese rifiuti zero”, il quale ieri sera 22 giugno nell’auditorium del Fatebenefratelli (nella cittadina che ospita appunto l’inceneritore) ha organizzato un incontro pubblico per rispondere a tre fondamentali domande suscitate dalla scelta della società che gestisce in house il servizio di smaltimento dei rifiuti.

Come spiega Gianni Gerosa, coordinatore del comitato, davanti a questa decisione di Silea – e dei comuni che dovrebbero controllarla, trattandosi di una società in house – “sorgono spontanei tre quesiti: perché bruciare più del necessario? Perché non si applica un principio di precauzione visti i rischi per la salute e per l’ambiente? Cosa si sta facendo nella direzione di un sistema sostenibile?”.

Questi i temi che durante la serata sono stati affrontati dagli esperti grazie anche alla collaborazione del numeroso e attento pubblico, tra cui un’importante rappresentanza della nuova minoranza di palazzo Bovara (Anghileri, Negrini, Riva), nonché i sindaci di Valmadrera e Civate più toccati di altri dalla questione.

Per quanto riguarda l’eventualità dell’incremento dei rifiuti da incenerire, il nodo centrale della questione secondo “Rifiuti zero” è uno: “dal 2008 – illustra ancora Gerosa – col potenziamento della raccolta differenziata gli inceneritori hanno cominciato ad avere sempre meno rifiuti da eliminare nella provincia, eppure a Valmadrera il trend è sempre stato quello dell’incremento (andando a pescare fuori dal lecchese e anche fuori dalla regione). La sensazione è quindi che non si voglia affatto ridurre il rifiuto residuo per non fare andare in crisi il funzionamento del termovalorizzatore”, soprattutto alla luce del progetto legato al teleriscaldamento che comporta un notevole investimento sul forno in termini di risorse e di progettazione negli anni.

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Il secondo grosso problema legato all’aumento della quantità di rifiuti da incenerire è quello dell’impatto sulla salute e sull’ambiente. Per ogni tonnellata di materiale bruciato vengono prodotti 250/300 kg di cenere, più le polveri sottili che vanno smaltite in discariche speciali; esistono poi tutta una serie di sostanze emesse durante l’incenerimento alcune delle quali sono cancerogene e c’è il problema delle polveri troppo sottili che i filtri non sono in rado di trattenere e che al momento Silea non è in grado di quantificare.

Uno studio legato ad un progetto decennale denominato V.I.I.A.S. e recentemente apparso sul “Corrieri della Sera”, ha dimostrato che alcune delle sostanze emesse con la combustione dei rifiuti (in particolare il PM2 e ½ e il monossido di azoto) sarebbero responsabili della morte non accidentale di 120 persone su 100mila, statistica che in Lombardia arriva a 160/100 mila. I numeri sono preoccupanti e la richiesta di “Rifiuti zero” a Silea di eseguire le analisi epidemiologiche sembra dunque più che motivata.

Ma il terzo e fondamentale punto affrontato durante il dibattito è come arrivare ad un sistema di smaltimento dei rifiuti che sia davvero sostenibile. A parlarne uno dei massimi esperti: Enzo Favoino che da 25 anni opera presso la Scuola Agraria del Parco di Monza e collabora con le massime istituzioni con l’obiettivo “zero rifiuti”.

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Il ricercatore ha innanzitutto sfatato alcuni miti: “non si tratta una crociata ambientalista ma di una miniera di opportunità. La buona gestione dei materiali post-consumo porta con sé tutta una serie di vantaggi, non solo vantaggi ambientali, com’è evidente, ma anche e soprattutto economici, occupazionali e geopolitici”. Gestire bene i rifiuti con pratiche come l’eliminazione dei cassonetti, la raccolta porta a porta, la tarriffazione puntuale e l’analisi del rifiuto residuo, comporta un enorme risparmio per le amministrazioni locali. Secondo un prospetto dell’Unione Europea poi, portando il riciclaggio dei rifiuti ad una media del 70% si creerebbero in Europa 480 mila posti di lavoro, legati ai processi di smaltimento sostenibile. Infine, se il nostro continente caratterizzato da una carenza strutturale di materie prime, riuscisse a reperirle attraverso i propri rifiuti e non acquistandole dagli altri paesi, riuscirebbe a recuperare un po’ di forza all’interno dei delicati equilibri geopolitici che negli ultimi decenni hanno visto l’Europa soccombere.

“Rifiuti zero” è dunque una vera e propria rivoluzione culturale che deve tenere assieme una visione globale a pratiche locali, che tutto sommato ha già percorso più strada di quella che resta da fare, se si pensa che in alcune comunità la raccolta differenziata arriva già al 90%. Ma qual è il percorso? Come funziona il progetto? “Esso – spiega ancora Favoino – si basa sulle quattro R: riduci, riusa, ricicla e riprogetta. La strada da seguire è quella indicata dalle direttive europee indicate nel pacchetto Circular economy: esso prevede che entro il 2030 il recupero delle materie debba essere portato dal 50% al 70%, che si introduca il divieto di smaltimento dei materiali compostabili e riciclabili, che venga ridotto lo scarto alimentare al 30% e che venga introdotto l’obbligo della raccolta differenziata dell’organico”.

A chi si mostra scettico, il ricercatore ricorda che è il contesto che crea il comportamento”: se organizziamo un sistema che genera un comportamento virtuoso, il cittadino si adeguerà, soprattutto alla luce di tutti i vantaggi economici che un sistema a zero rifiuti può portare alle industrie e alle amministrazioni.

M. V.

 

 

 

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