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LA TRAGEDIA DELL’IMMIGRAZIONE: ‘GEMELLAGGIO’ LECCO-LAMPEDUSA, COL FRATELLO DI UNA VITTIMA

migranti3ottobre06LECCO – Una sorta di gemellaggio è quello che si è realizzato martedì sera in sala Ticozzi tra Lecco e il comitato 3 ottobre di Lampedusa, nato all’indomani della tragedia che ha visto 368 persone morire al largo dell’isola dopo il naufragio della nave su cui stavano viaggiando per raggiungere l’Europa.

La maggior parte dei migranti a bordo erano eritrei e tra loro c’era anche Adal, il fratello di una delle giovani vittime che, sebbene viva da 13 anni Stoccolma, è arrivato per primo a Lampedusa dopo la notizia dell’incidente, perché sapeva che anche suo fratello aveva intrapreso questo viaggio “della speranza”. E alla fine lo ha ritrovato, o meglio lo ha riconosciuto, ha riconosciuto il suo cadavere, non dal volto – troppo tumefatto – ma da un anello che indossava e da una copia della Bibbia che portava sempre con sé. Sì, perché nonostante la grande propaganda di alcuni politici secondo i quali “i terroristi dell’Isis arrivano sui barconi dei migranti” la maggior parte degli africani che si presentano sulle coste del Mediterraneo sono cristiani.

Dopo aver vissuto il grande dolore della perdita del fratello, Adal ha cominciato a fare dei disegni, in cui rappresenta le condizioni di vita degli eritrei, le torture e le vessazioni che essi subiscono nel loro Paese, governato da un dittatore, che li spingono a scappare e ad affrontare un viaggio in cui sanno di avere il 50 per cento di possibilità di morire.

migranti3ottobre07“I disegni di Adal, assieme ad altre testimonianze, sono diventati il patrimonio del museo che abbiamo creato a Lampedusa – racconta Imma del comitato 3 ottobre – nel quale si ripropongono le storie dei migranti e quelle delle persone che li hanno salvati. Il museo è poi diventato itinerante e infine è diventato un doc-film per la regia di Valerio Cataldi che porta il titolo di Ritorno a casa e il sottotitolo Speriamo che Adal sia sempre bene, augurio lasciato da Ale dopo aver visitato il museo. Ale è un bambino di sei anni che viene da… Lecco!”.

Dopo i saluti del prevosto Franco Cecchin, del sindaco Virginio Brivio, del prefetto Liliana Baccari e di Matteo Ripamonti, responsabile della Caritas decanale di Lecco, è stato trasmesso in sala il film: 45 minuti in cui il numerosissimo pubblico intervenuto ha osservato in un silenzio irreale le immagini trasmesse sullo schermo.

Protagonista del video Lampedusa che, come spiega il sindaco Giusi Nicolini, “ha voluto dare con questo museo una risposta all’odio, alla paura, alla xenofobia, per trasformare la nostra isola da un luogo che divide due mari ad un luogo che unisce”. Oltre ai disegni di Adal, che rappresentano in maniera fin troppo precisa il modo in cui gli eritrei che disobbediscono al regime vengono legati, immobilizzati e percossi, nel museo sono esposti anche gli effetti personali delle persone che in questi anni hanno perso le vita tentando di scappare: “Vedendo questi oggetti capiamo che sono persone come noi, che possedevano cose come noi, che avevano una storia come noi” commenta Nicolini.

migranti3ottobre14Oltre a raccontare qualcosa della gente che viene accolta, nel museo e nel film si dà voce anche a chi accoglie: un subacqueo che vive nell’isola e che ha accompagnato le telecamere negli abissi dove si è depositato il relitto, spiega quanto sia indelebile ormai per i lampedusani il ricordo dei “corpi che galleggiavano senza vita al largo del coste”, così come quello dei cadaveri ritrovati ammassati nella stiva della nave morti per schiacciamento o asfissia e irriconoscibili a tal punto da non poter essere mostrati ai familiari. “Non credo ci sia una morte più violenta di questa” commenta Carmine Mosca, capo della Squadra mobile della Polizia di Palermo. Una testimone racconta che durante il suo viaggio tutti i migranti erano chiusi nel vano motore senza aria e acqua “e quando tentavamo di uscire anche solo per respirare, venivamo picchiati e ricacciati sotto coperta”. Uno dei soccorritori che pur nella tragedia sono riusciti a salvare qualche vita, racconta con gli occhi pieni di commozione quelle ore drammatiche e aggiunge che “siamo rimasti in contatto con le persone che abbiamo salvato e abbiamo scoperto che è brava gente”.

Un film che è “un pugno allo stomaco” come ha detto Luciano Gualzetti, direttore della Caritas ambrosiana, nel suo intervento conclusivo, ma un film che “ci fa capire che erano persone e che ci vuole una rivolta morale” sottolinea ancora il primo cittadino lampedusano.

Manuela Valsecchi
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