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IMMAGIMONDO/DAI RICERCATORI
LA COOPERAZIONE PER L’ACQUA
NELLA DINAMICA GLOBALE

LECCO – Politecnico di Lecco protagonista della IMG_0177penultima puntata del ciclo di incontri che Immagimondo ha quest’anno voluto dedicare all’acqua: non solo infatti ieri sera la sede lecchese dell’università ha ospitato – come per le altre volte – la serata, ma sono stati proprio i ricercatori del politecnico i relatori sul tema “L’acqua nelle terre selvagge”.

L’idrologa Mariacristina Rulli ha cominciato con l’illustrare al pubblico lo stato dell’arte: “Novecento milioni di persone sono senza accesso all’acqua potabile e oltre 800 milioni sono in stato di malnutrizione. Entro il 2030 aumenterà di circa il 40% il fabbisogno di energia e quello di cibo e quindi aumenterà anche il fabbisogno di acqua: la risorsa idrica è indispensabile sia per produrre cibo sia per produrre energia e tra quindici anni il divario tra la richiesta di acqua e a sua disponibilità sarà attestato attorno al 40%. Sussiste sicuramente un problema di disponibilità fisica delle risorse: oltre il 97% dell’acqua è salata e del 2,5% avanzante il 70% è allo stato solido. Tuttavia le zone di malnutrizione, che coincidono con quelle in cui manca l’acqua, non sono zone fisicamente povere di acqua, ma sono zone economicamente povere di acqua”.

Cerchiamo di capire il senso di questo paradosso: “Nel mondo –prosegue la ricercatrice – la maggior parte dell’acqua, circa il 70%, viene usata per produrre cibo e se da un lato la risorsa idrica è limitata, dall’altro ci sono alcuni fattori che ne determinano il costante aumento di richiesta: la popolazione mondiale in continua crescita, i cambiamenti nella dieta e alcune politiche energetiche e agricole. Per fare un esempio, pensiamo alla crisi alimentare del 2008: una forte siccità negli Stati Uniti, in Russia e in Ucraia – i granai del mondo – ha determinato una crisi della produzione del grano; parallelamente c’è stato un aumento della domanda, la Cina ha cominciato a importare questa materia. Il tutto ha determinato un aumento del prezzo e quindi crisi di fame in alcuni paesi e diminuzione delle esportazione da parte di altri”.

immagimondo acquaIn questo contesto alcuni stati, quelli che potevano permetterselo evidentemente, hanno cominciato ad acquistare terreni nei paesi in via di sviluppo per coltivarli e avere un accesso diretto al cibo: da allora è stata comprata terra per circa 40 milioni di ettari. Gli investitori in questo tipo di operazioni sono spinti dal fatto che nel proprio paese non c’è più terra da coltivare e manca anche la risorsa idrica indispensabile per farlo. Per concludere l’acqua è il fattore limitante nella produzione di cibo e alcuni paesi sono in deficit idrico cronico. In futuro ci sarà più necessità di cibo e aumenterà la corsa dell’accesso diretto al cibo”.

Se la professoressa Rulli ha spiegato l’aspetto problematico della questione, l’intervento della dottoressa Laura Longoni, geologa, ha voluto mostrare un esempio pratico di cosa voglia dire cooperare nei paesi in via di sviluppo per cercare di arginare un problema come quello della disponibilità dell’acqua. “Quello che riporto è la mia esperienza personale. Ho partecipato a diverse missione in Kenya e fin dalla prima ho capito che l’immaginario collettivo che ci costruiamo tramite i mass media è parziale e fuorviante. Dove mi trovavo io di acqua dolce ce n’era eccome. Il problema era da un lato l’inquinamento e dell’altro la disponibilità tecnologica completamente diversa dalla nostra. Se è vero che in alcuni paesi il problema dell’acqua è quantitativo, in altri la difficoltà è quella di rendere l’acqua sicura. Se per noi nei nostri laboratori e con i nostri costosi macchinari sarebbe un gioco da ragazzi, la sfida nei paesi in via di sviluppo è quella di riuscire ad ottenere alcuni risultati, diversi a quelli a cui si ambisce in Italia, con una tecnologia semplice e degli strumenti economici. Con il progetto SAFARY ad esempio (sharing innovation for water supply) abbiamo cercato di dare risposte a problemi cronici come la scarsità d’acqua e il cambiamento climatico, ma anche ad un’emergenza: per via di una guerra tra due etnie i ragazzi orfani di strada erano raddoppiati e bisognava dare loro mangiare e bere. Come? Abbiamo condiviso con loro la nostra tecnologia, ma prima l’abbiamo azzerata, per renderla loro disponibile e fruibile. Abbiamo creato degli strumenti semplici e low cost che potessero essere utilizzati da loro con una nostra supervisione anche da lontano, con un semplice scambio di fotografie e messaggi da telefono, così che i risultati ottenuti fossero sostenibili sul lungo periodo. Con questo lavoro siamo riusciti a rendere disponibile l’acqua potabile, aumentare la produttività della piantagione, favorire la biodiversità e condividere tecnologia e innovazione”.

immagimondo acqua ricercatoriSu uno di questi aspetti – quello della potabilizzazione dell’acqua è intervento il dott. Andrea Turolla, ingegnere ambientale, per mostrare da un lato come in questi paesi si possa ancora contrarre malattie gravi – come il tifo – proprio dall’acqua, e dall’altro come per migliorare notevolmente la qualità della risorsa idrica basti davvero poco. “Per rendere l’acqua sicura è fondamentale rimuovere inquinanti, particelle e batteri. Nei paesi economicamente avanzati questo è quasi un non problema vista la tecnologia di cui disponiamo, ma i nostri impianti sono semplicemente impensabili in altre parti del mondo, dove del resto sono sufficienti pochi accorgimenti ben spiegati e ben eseguiti per risolvere la maggior parte dei problemi. Il nostro progetto ha ripreso le cinque fasi necessarie per reperire, purificare e conservare l’acqua. Ha individuato delle tecnologie che potessero essere disponibili e fruibili da tutte e le ha divulgate, con l’aiuto di cartelli, disegni e cose del genere: una sorta di educazione sanitaria e igienica. La prima fase a cui bisogna prestare attenzione è il prelievo: perché questo avvenga in sicurezza è necessario che le latrine siano costruite ad una certa distanza dai pozzi, che vengano rispettate certe norme di igiene personale e che l’acqua sia conservata in recipienti chiusi. Il secondo importantissimo step è quello che riguarda la sedimentazione e la coagulazione della particelle, che può sì essere eseguita con sofisticati apparecchi ma anche semplicemente lasciando l’acqua per un determinato periodo di tempo in vasi o contenitori prima di essere usata. Per eliminare poi i microrganismi depositati è necessario che l’acqua venga filtrata: dei modi molto semplici per farlo sono usare la sabbia o dei contenitori ceramici come filtro. Il successivo passaggio fondamentale è disinfettare l’acqua una volta filtrata: questo si può fare aggiungendo del cloro, oppure lasciandola esposta ai raggi solari o infine bollendola. Per concludere è necessario che l’acqua pulita così ottenuta venga conservata in contenitori chiusi, puliti e usati nella maniera corretta”.

Insomma se da un lato la disponibilità dell’acqua è un problema che sta diventando sempre più presente – soprattutto nei paesi più economicamente fragili – dall’altro delle soluzioni per arginarlo e per colmare quel divario tra la richiesta di risorsa idrica e la sua disponibilità ci sono e ieri sera ne abbiamo un esempio concreto.

 

Manuela Valsecchi

 

 

 

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